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giovedì 25 luglio 2013

La notte di carnevale


"Ricordiamo che il piacere estetico per il bello per gran parte consiste nel fatto che noi, entrando nello stato di pura contemplazione, siamo momentaneamente esentati da ogni volizione, cioè da tutti i desideri e le preoccupazioni, ci liberiamo quasi di noi stessi; non siamo più l'individuo che conosce allo scopo del suo continuo volere per cui gli oggetti diventano motivi. Sappiamo che questi momenti in cui noi, liberati dall'implacabile impulso della volontà, per così dire emergiamo dalla pesante atmosfera terrestre, sono i più felici a noi conosciuti: da ciò possiamo dedurre quanto beata dev'essere la vita di un uomo la cui volontà non sia placata per attimi, come nel godimento del bello, ma per sempre, sia anzi completamente estinta, eccetto l'ultima brillante scintilla che mantiene il corpo e con esso si estinguerà. Un tale uomo resta per sempre un essere puramente conoscente, un limpido specchio del mondo: nulla lo può più angosciare, nulla lo può più commuovere, poiché egli ha reciso tutti i mille fili del volere che ci tengono legati al mondo e ci trascinano di qua e di là con dolore costante sotto forma di brama, timore, invidia, ira. Egli ora, tranquillamente e sorridendo, volge indietro lo sguardo alle immagini illusorie di questo mondo che furono un tempo capaci di commuovere e tormentare anche il suo animo, ma che adesso gli stanno davanti indifferenti come pezzi di scacchi a fine partita oppure come i vestiti da maschera di cui ci si è sbarazzati la mattina e le cui forme ci avevano preso in giro e inquietato nella notte di carnevale."

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)


La falsa volpe


Una soluzione agli affanni e ai dolori della vita è, secondo Schopenhauer, quella proposta dai "santi" che sono esistiti in varie parti del mondo e che hanno lasciato le loro memorie, o dei quali sappiamo sulla base dei racconti delle loro vite fatte da chi li ha conosciuti.
Se volete capire la mia formulazione "rinuncia alla volontà di vivere", scrive, andate a leggervi queste biografie, cercate di entrare in quelle vite, assorbirle, capire cosa hanno voluto dire con la loro stessa vita, più che con le loro parole. Anche se queste biografie sono spesso scritte piuttosto male, scrive Schopenhauer, è questo il modo migliore, forse l'unico, per capire qualcosa che è molto difficilmente dicibile, e deve essere compreso con un atto di intuizione e immedesimazione.
E tenete conto del fatto che questi "santi", pur in modi anche molto diversi, con parole di culture molto diverse, con o senza la presenza di un dio nelle loro menti, hanno infine detto fondamentalmente la stessa cosa: questa cosa Schopenhauer la intitola "rinuncia alla volontà di vivere". Così accade che Buddha e Cristo, i mistici occidentali e quelli orientali, e qualsiasi "santo" nel mondo, sono accumunati da Schopenhauer in un solo messaggio all'umanità: se vuoi raggiungere in modo continuo uno stato di pace interiore, devi costantemente praticare la "rinuncia alla volontà di vivere".

Noi, scrive, già lo conosciamo questo stato di pace, di benessere totale: quando ci incantiamo davanti a qualche oggetto del mondo che ci cattura e ci porta al di là di ogni condizionamento, preoccupazione, volontà, al di là di ogni catena causa-effetto, al di là di ogni pensiero di utilità pratica di quell'oggetto o del nostro stato mentale. In quei momenti, noi siamo pura conoscenza, puri osservatori del mondo, pura volontà senza oggetto. Ebbene, scrive Schopenhauer, le vite dei "santi" ci dicono che questo stato di pace in una pura contemplazione del mondo può essere dilatato, può diventare lo stato d'animo continuo, continuamente cercato e da queste persone eccezionali continuamente raggiunto, e noi, anche se non siamo loro, possiamo fare qualcosa di più per aumentare la nostra dose di pace in questa vita, lasciandoci orientare dalla lettura delle vite dei "santi" verso la "rinuncia alla volontà di vivere".

Mi torna quella difficoltà di comprensione che avevo già provato quando osservavo che Schopenhauer avrebbe potuto usare il termine Volontà al maiuscolo per evitare le inevitabili confusioni con le varie volontà umane, quelle che ci portano a fare questo o quello quotidianamente o, per le decisioni più importanti, nel corso della nostra vita. In tedesco il termine è probabilmente sempre scritto in maiuscolo, per cui la differenziazione implicherebbe l'uso di un aggettivo, o un qualsiasi altro segno, che differenziasse la Volontà dalla volontà.
In quest'ultima parte del suo libro Schopenhauer è andato sostituendo la Volontà con la Volontà di vivere, e l'imprecisione del suo dire aumenta. Rinuncia alla volontà di vivere? Infatti è costretto a precisare: non dico mica che uno si lascia morire o si uccide, anche se alcuni "santi" lo hanno fatto.

Caro Schopenhauer,
lo avevamo capito, che non intendevi dire che è meglio lasciarsi morire o uccidersi quando scrivi "rinuncia alla volontà di vivere": è chiaro che non ce l'hai con la volontà di vivere, ma con la volontà di potenza individuale che se ne frega degli altri, li usa come oggetti, vuole dominare, sfruttare, e se trova ostacoli usa ogni mezzo per toglierli di mezzo. Ce l'hai, per dirla con altre parole, con il desiderio che si trasforma in brama ossessiva e diventa una dannazione di sé e di chi è bramato e di tutti quelli che fossero di ostacolo. Tutte le tue analisi della malvagità umana lasciano capire che la volontà di vivere che diventa volontà di potenza sugli altri esseri umani e sulla natura tu la consideri contraria non solo alla pace e al benessere degli altri, ma anche alla pace e al benessere personale, per cui proponi l'opposto di questa volontà di potenza indicando le vite dei vari santi che sono esistiti nel mondo. Va bene, però... Però, in queste vite si può anche leggere l'esercizio di una eccezionale volontà di potenza su se stessi, fino alla rinuncia totale ai piaceri della vita, fossero pure non lesivi di nulla e di nessuno, nemmeno di se stessi. Quando Buddha aveva proposto la via del giusto mezzo, dopo che era quasi morto di fame nell'esercizio del digiuno estremo, non aveva trovato una vivibile volontà di vivere?


venerdì 28 giugno 2013

Velle non discitur

Dopo aver analizzato la malvagità, Schopenhauer passa a chiedersi della bontà, in quanto "proprietà della mente umana", sicuro che l'analisi della bontà permetterà di capire ancora meglio la malvagità: "Gli opposti, infatti, si chiariscono sempre a vicenda, ed il giorno rivela contemporaneamente se stesso e la notte, come ha detto magnificamente Spinoza."

Anzitutto si chiede: la bontà si può insegnare?
La vera bontà, la virtù genuina, no, non si può insegnare. "La virtù, infatti, nasce sì dalla conoscenza, ma non da quella astratta, comunicabile con le parole. Per l'autentica ed intima essenza della virtù il concetto è sterile, così come lo è per l'arte." 
Ma, aggiunge, una qualche funzione le formulazioni verbali di tipo morale la hanno: "Il concetto può rendere i suoi servizi come strumento, per l'esecuzione e la conservazione di ciò che è stato conosciuto e deciso in altro modo. Velle non discitur - il volere non s'impara. Certamente i dogmi possono avere un forte influsso sulla CONDOTTA, sull'attività esteriore, come pure l'abitudine e l'esempio, ma con ciò l'animo non è cambiato."  

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

venerdì 31 maggio 2013

La quale immagine è la nostra vita

 "In una persona sana solamente le azioni pesano sulla coscienza, e non i desideri o i pensieri: soltanto le azioni, infatti, ci tengono innanzi lo specchio della nostra volontà. L'azione non meditata, commessa in un cieco impeto, è in certo modo un che di mezzo tra semplice desiderio e decisione: quindi essa, mediante vero pentimento che si mostri anche nell'azione, può essere cancellata come una linea mal tracciata nell'immagine della nostra volontà, la quale immagine è la nostra vita."
 

Insomma, secondo Schopenhauer quando le nostre azioni impulsive sono espressione del nostro carattere, o peggio ancora quando non sono vere azioni impulsive ma sotto questa apparenza nascondono azioni "meditate in segreto", c'è poco da pentirsi: il ripensamento dura quello che dura, e nella stessa situazione o in una situazione analoga prima o poi il comportamento impulsivo tornerà a far danni. Se è un borderline violento che picchia la sua donna, c'è poco da contare sui suoi pentimenti: quella violenza è diventata sua volontà, sua pulsione, e c'è da fidarsi ben poco delle sue parole o del potere delle parole su di lui.

Ma quando l'azione impulsiva è il momento di relativa follia che prende una persona sana in un momento di stanchezza, di saturazione in una situazione altamente stressante, allora vi può essere poi non solo una rivalutazione cognitiva del proprio comportamento, ma una vera e propria repulsione, un dolore sincero ed acuto per ciò che si è fatto - in questi casi, l'azione impulsiva dannosa è solo "una linea mal tracciata nell'immagine della nostra volontà", cancellabile con i fatti, con altro comportamento, altro agire. In questi casi l'azione impulsiva non è espressione della volontà profonda della persona: la sua vera volontà è un'altra di fatto, non di parola. Se invece l'azione impulsiva è espressione della volontà della persona, vi può essere solo rivalutazione cognitiva dell'accaduto, ma la volontà non cambia e tornerà a manifestarsi.

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)


Sono più numerose


"A ragione Epitteto dice: Non sono le cose stesse a tormentare gli uomini, ma le idee che si fanno su di esse"; e Seneca: Sono più numerose le cose che ci impauriscono di quelle che ci circondano."

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

mercoledì 29 maggio 2013

Psicoanalisi del rimorso


"Il tormento della coscienza per un atto commesso è tutt'altro che rimorso: è dolore per l'aver conosciuto noi stessi nel nostro vero essere, ossia nella nostra volontà, e si fonda sulla certezza d'aver tuttora la medesima volontà."

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

 

martedì 28 maggio 2013

Quando la mente mente

Secondo Schopenhauer, alla base della credenza che la vita individuale continui dopo la morte c'è lo svuotamento di potere conoscitivo di ciò che è per tutti evidente: che tutti gli esseri viventi, sia del mondo animale che del mondo vegetale, piccolissimi o grandissimi che siano, effimeri come farfalline di un solo giorno di vita o longevi come elefanti o baobab centenari, nascono vivono e muoiono, e dopo che sono morti non li vediamo più andare in giro per il mondo, non quelli che sono morti, non quei soggetti, quegli individui: per quelli che sono morti la natura dice che la cosa finisce lì. 
Dovrei pensare che se così è per tutti gli esseri viventi del mondo, sarà così anche per me: deduzione assai problematica, questa, per cui, col dito sul grilletto della negazione di un fatto evidente, ho la possibilità di cavarmela con una invenzione, che non devo fare la fatica di trovare io: fin da bambino la trovo già pronta, collaudata, condivisa, culturale, e la trovo ovunque io sia nato - ogni cultura, ogni religione me la offre, me la suggerisce o in qualche modo me la impone - è un'invenzione così diffusa che si può pensare avvenga su negazione di specie, quella umana, negazione dell'evidenza, alla quale siamo predisposti quando le cose si mettono male e sorge per noi qualche difficoltà insuperabile o che pensiamo sia insuperabile. Predisposti alla conoscenza delle cose, quando ciò che conosciamo ci pone gravi difficoltà siamo anche predisposti a strategie alternative di negazione e sostituzione della prima conoscenza con una illusione, una falsa conoscenza.

Per dire: se sono un bambino piccolo e noto che mia madre non mi vuole per niente bene, anzi le do impiccio, non posso accettare l'evidenza, se no sto davvero nei guai: di madre si sa, ce ne è una sola, per cui sai che ti dico? mia madre è una santa, se ce l'ha con me ha ragione, io sono cattivo assai - e se mi è morto il gattino...
A seconda di dove sono nato, questa invenzione a parare le conseguenze del gattino morto, questo racconto più o meno sacro, me lo offre la religione del luogo, che in modi diversi mi dice: non temere, caro, non piangere, la tua vita non finisce con la morte come è stato per il tuo gattino, no, la tua vita prosegue, va oltre, tu continuerai a vivere in un qualche paradiso b-e-l-l-i-s-s-i-m-o, ma, ma, sai, te lo devi meritare: prima, devi fare quello che ti dico io di fare - oh! non ti imbronciare, suvvia, lo so che lo sai, che è ben poca cosa la tua obbedienza in questa breve vita rispetto all'eternità dopo la morte - lo so che lo sai, che è ben poca cosa il sacrificio dell'intelligenza della verità sensibile rispetto alla pace del dogma di fede sovrannaturale - cosa? non hai capito? significa che la morte del tuo gattino non è vera, non farci caso: la natura mente!

Mediante questa credenza, che la vita individuale continui dopo la morte, l'evidenza che tutti gli esseri viventi muoiono viene svuotata del suo potere di fatto: la natura mente, dunque, ci fa vedere un'apparenza, per cui ciò che vediamo non è la verità, quell'essere vivente da me amato continua a vivere anche se non lo vedo, e così sarà anche per me, e quando sarà io vedrò ciò che ora non posso vedere: l'al di là oltre la morte.

Non solo oltre la morte. Da questa negazione tipica della nostra specie derivano esistenze di mondi paralleli a iosa. La morte esiste ma, dopo, la vita continua, e questa vita che continua può scorrere parallela a quella, unica mentre sono vivo qui, che posso vedere sentire toccare. La morte esiste ma non esiste, non è vera, quello che vedo non è la verità: la natura, il mondo dell'esperienza sensibile, mente.

C'è un'altro tipo di negazione che svela più chiaramente di essere il punto d'appoggio per un delirio.
Questa: tutti gli esseri viventi nascono vivono e muoiono, ma io no - io sono eterno, non sono come gli altri. Questo delirio non vive solo nelle case di cura: anzi, nascostamente vive soprattutto fuori e spesso viene scherzosamente manifestato - non è uno scherzo.

Chi crede che la sua vita non finisca con la sua morte individuale, dunque, scrive Schopenhauer, non si fida di quello che la natura del mondo mostra chiaramente, apertamente, "ingenuamente". L'origine vera dei dogmi e delle credenze sulla vita dopo la morte sta nella consapevolezza inconscia di ogni essere umano "di essere lui stesso la natura, il mondo".
Questa consapevolezza inconscia, che la vita di cui sono espressione continua dopo la mia morte, non è certamente consapevolezza di continuazione della mia vita individuale, che finisce definitivamente con la mia morte così come la natura mi mostra chiaramente per tutti gli esseri viventi.

"Benché il singolo fenomeno della Volontà abbia inizio nel tempo e finisca nel tempo, la Volontà stessa non ne è toccata. Alla Volontà di vivere è sempre certa la vita: questo non va confuso con le dottrine sulla sopravvivenza individuale."

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)


domenica 26 maggio 2013


Quando la morte esiste



Negli strati più profondi della nostra psiche, dunque, secondo Matte Blanco, uno psicoanalista che riformulò a modo suo le cose che aveva detto Freud a proposito dei processi inconsci, il mondo è per noi diverso da quello con cui ci mettiamo in contatto nella nostra vita "normale", da svegli. In quegli strati di noi, dove le distinzioni precise che ci permettono di vivere praticamente vanno perdendosi in insiemi sempre più estesi fino a diventare infiniti per cui tutto è uno e uno è tutto, non esistono inizio e fine, non esistono nascita e morte.

Dire: la morte non esiste, suona strano, certo.
Come? Che fai? Ti tappi gli occhi? Neghi l'evidenza?

Anche ammettendo che solo ad un certo punto della vita noi bambini siamo diventati consapevoli della morte, per cui esiste in noi un qualche ricordo attivo di un prima in cui la morte non esiste, poi però la conoscenza, confermata da fatti a volte drammatici, è indelebile, e cambia tutto.

Dire che la morte non esiste, vivere come se la morte non esistesse, è illusorio, è negazione - al più possiamo accettare questa illusione come una consolazione, una necessaria quota di indifferenza, un modo per continuare a vivere nonostante.

Dire, in modo più circoscritto, che per certi strati psichici di noi la morte non esiste, è ipotizzare qualcosa di probabile, per cui, se così è, possiamo contare su una parte antica di noi a supporto della nostra decisione di negare quanto basta la morte per continuare a vivere. Cioè, da adulto mi dico: qui meglio evitare quanto basta, se no ci rimetto le penne, non ce la faccio a sopportare la morte - la morte non esiste, allora dico sapendo di mentire, e mi faccio aiutare da parti antiche di me bambino che non avevano ancora conosciuto la morte, ad esse chiedo rifugio momentaneo.

Per quanto va scrivendo Schopenhauer, ci sarebbe di meglio.
Se a livelli inconsci di noi, potenti proprio in quanto inconsci, vive quella forza vitale che Schopenahuer chiama volontà di vivere, allora la negazione della morte diventa inutile. Non c'è più bisogno di negare la morte, allora, perché la nostra volontà di vivere inconscia è in noi un'onda alta e potentissima - non evita la morte, è talmente forte che in battaglie di cui non siamo consapevoli la vince in rapidi tempi di visione e di lutto, la disarma di ogni suo potere di paralisi e terrore, e la sorpassa verso la vita.



sabato 25 maggio 2013

Quando la morte non esiste


Il modo di rapportarci al mondo che adottiamo nella vita quotidiana durante la veglia è caratterizzato dal presupposto
- che la realtà è formata di elementi separati, riconoscibili uno dall'altro;
- che noi stessi e la realtà siamo in movimento nello spazio e nel tempo;
- che possiamo misurare sia il tempo che lo spazio (secondo successioni che vanno da un lì-prima a un qui-mentre a un lì-dopo);
- che tra noi e il mondo c'è precisa distinzione;
- che, con velocità diverse, tutto passa;
- che per gli esseri viventi c'è una nascita, una vita e infine una morte.

Questo, più o meno di base, pensiamo di noi stessi e del mondo in cui viviamo; così lo conosciamo e ci conosciamo. E funziona.

Ma non è l'unico modo che abbiamo di rapportarci con il mondo: nei sogni, per esempio, mettiamo in atto altre modalità di essere e di conoscere. Usiamo un'altra logica, scrive Matte Blanco, in cui egli riconosce il regno della simmetria.
Il sogno non è alogico, privo di logica: è logico, ma di una logica diversa da quella con cui ci muoviamo nella nostra vita da svegli - una logica in cui regna la simmetria, la quale è però presente in gradi diversi anche nella nostra vita da svegli.
Infatti, secondo Matte Blanco avviene una interazione continua tra le due logiche, quella asimmetrica tipica della veglia e quella simmetrica tipica del sogno: la nostra vita psichica tutta, sia della veglia che del sonno, è una "cooperazione" tra i due modi di essere sentire vedere pensare la realtà: l'essere umano è "bilogico".

Le caratteristiche del nostro modo "altro" di rapportarci con la realtà, tipico del sogno ma non esclusivo del sognare, sono secondo Matte Blanco queste:
 - sentire conoscere ed essere sono la stessa cosa;
- non c'è distinzione tra sé e non sé;
- sono assenti le nozioni di spazio fisico o simbolico, tempo fisico o simbolico (movimento e avvenimento sono sconosciuti);
- non esiste morte.

(I. Matte Blanco, L'inconscio come insiemi infiniti, Einaudi 2000, pp 385-394)

Modo di sogno e modo di veglia


Matte Blanco, psicoanalista cileno trasferitosi a Roma nel 1966, dove è morto nel 1995 - lo ho incontrato almeno in un paio di occasioni che ricordo bene - ha sviluppato una sua concezione del funzionamento psichico, attento in modo particolare al tipo di logica che usiamo nel rapportarci al mondo, nel vederlo, nel pensarlo, sia quando siamo svegli che nei nostri sogni.

Leggendo Schopenhauer ogni tanto ho ricordato quello che Matte Blanco diceva e scriveva. 
"Tutte le manifestazioni psichiche umane sono il risultato dell'interazione tra due modi di essere, e questo è vero per il pensiero, per il sentimento e per la vita sociale."  "La realtà dell'uomo è formata da due aspetti: una realtà omogenea, senza tempo, senza spazio, senza parti, e una realtà concepita come formata o divisa in parti" "I due modi di vedere il mondo (come divisibile e come indivisibile) sembrano essere alla radice stessa della nostra natura. Dalle due branche di questa dicotomia si originano tutte le strutture fondamentali: la logica (il pensiero) il sentimento, l'essere, l'unità del mondo o la divisione del mondo sono tutte espressioni o conseguenze di questa dicotomia."


Nel corso della nostra vita, soprattutto quando sogniamo ma anche in certi momenti da svegli, noi ci mettiamo in contatto con la realtà come se fosse una totalità omogenea e indivisibile, un tutt'uno in cui non distinguiamo le parti, le cose, le persone, in cui gli avvenimenti non sono quello che sono: per dire, se do un bacio ad una donna, su una guancia così si capisce meglio che sono io a baciare in quel momento, sono io che le bacio la guancia, non è anche lei, la sua guancia, che in quello stesso avvenimento bacia me - se amo una persona, non è che nello stesso atto, nello stesso avvenimento che avviene in me, quella persona ama me - se accompagno in macchina mio figlio non è che mio figlio sta accompagnando me - se sono il padre di mio figlio, non è che lui è mio padre - ebbene, invece, nel modo di funzionare senza distinzioni, omogeneo e indivisibile, accade proprio questo: i due avvenimenti, nei due versi, formano una sola realtà, nella quale regna la simmetria - provate a pensare in modo simmetrico: tutto diventerà come un sogno, come potrebbe essere un sogno una guancia che bacia la nostra bocca.


(Ignacio Matte Blanco, L'inconscio come insiemi infiniti, Einaudi 2000,  pp 385-394)





venerdì 24 maggio 2013

La ciliegia infinita

"La vita è certa per la volontà di vivere: la forma della vita è il presente senza fine."

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)



giovedì 23 maggio 2013

mercoledì 22 maggio 2013

Volontà di ferro e donna Flor


I teschi e il lingam


"La realtà intima, essenziale, in sé del mondo è la Volontà; il mondo e la vita sono ciò che vediamo, soltanto immagine speculare della Volontà, e la accompagnano inseparabilmente, come l'ombra accompagna il corpo. Per la volontà di vivere la vita è cosa certa e finché siamo pieni di volontà di vivere non dobbiamo essere in ansia per la nostra vita, neppure in vista della morte. 
Noi vediamo bensì l'individuo nascere e perire, ma l'individuo esiste come fenomeno distinto solo per la conoscenza che lo separa dal resto: per questa, certamente, egli accoglie la propria vita come un dono, esce dal nulla, patisce poi con la morte la perdita di quel dono e torna nel nulla. Ma se noi consideriamo la vita nel suo insieme, troveremo che né la Volontà né il soggetto della conoscenza, lo spettatore dei fenomeni, sono toccati da nascita e morte. 
La nascita e la morte, infatti, appartengono al fenomeno, quindi alla vita, e alla vita è essenziale il manifestarsi negli individui che nascono e muoiono come effimere apparenze che si manifestano nel tempo di ciò che in sé non ha tempo. Nascita e morte appartengono in egual modo alla vita e si mantengono in equilibrio tra loro, come poli del fenomeno della vita nel suo insieme. 
La più saggia di tutte le mitologie, quella indiana, esprime tutto ciò raffigurando il dio che simboleggia la distruzione e la morte, Shiva, sia con un collare di teschi che con il lingam, simbolo della procreazione, che qui appare a bilanciare la morte indicando che procreazione e morte sono correlati essenziali in equilibrio tra di loro. 
Fu esattamente lo stesso modo di vedere le cose che spinse Greci e Romani ad ornare i preziosi sarcofaghi con feste, danze, matrimoni, cacce, baccanali, con rappresentazioni della più potente vitalità, volendo indicare la vita immortale della natura, muovendo dalla morte del compianto individuo e indicando che l'intera natura è la manifestazione e il compimento della volontà di vivere. L'individuo nasce e muore, ma questo tocca ben poco la Volontà di vivere: l'intera natura non si preoccupa per la morte di un individuo, poiché non importa l'individuo ma la specie, alla cui conservazione essa tende con tutto l'impegno provvedendo con abbondanza di gameti e la grande potenza dell'istinto fecondativo. Ora, poiché l'uomo è la natura stessa, può consolarsi della propria morte e di quella delle persone amiche volgendosi a guardare la vita immortale della natura, che è lui stesso. Shiva con il lingam, i sarcofaghi antichi con le immagini della vita più ardente dicono con voce forte al dolorante osservatore: La natura non si rattrista."

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)