“La volontà, in quanto è la cosa in sé, è la materia comune
a tutti gli esseri, l'elemento costante delle cose; noi, dunque, l'abbiamo in
comune con tutti gli uomini e con ciascun uomo, anzi, anche con gli animali e
perfino ancora più giù. Nella volontà come tale somigliamo a ogni
altro essere; in quanto tutto e ogni cosa è riempito di volontà e ne abbonda.
Invece, è la conoscenza che innalza un essere al di sopra di un altro essere,
un uomo al di sopra di un altro uomo.
Ogni violenta manifestazione della volontà ci degrada a
semplici esemplari della specie. Volgare è perciò ogni scatto d'ira, ogni gioia
sfrenata, ogni odio, ogni paura, insomma ogni emozione, ogni moto
della volontà quando diventa così intenso da prevalere nella coscienza in modo
decisivo sulla conoscenza, e da far apparire l'uomo piuttosto come un essere in
preda alla volontà che non come un essere conoscente. Quando è preda di una
simile forte emozione, il genio più grande somiglia al più comune figlio di
questa terra.
Invece colui che vuole essere senz'altro un essere non
banale non deve mai permettere che i moti preponderanti della volontà prendano
possesso esclusivo della sua coscienza, per quanto sia sollecitato in tal
senso. Egli deve, per esempio, riuscire a prender atto dell'ostilità di una persona
nei suoi riguardi, senza che da ciò sia provocata la sua; anzi, non vi è più
sicuro sintomo di grandezza che il riuscire a non dare importanza alle manifestazioni
offensive o insolenti, attribuendole senz'altro, appunto come altri
innumerevoli errori, alla debole capacità intellettiva della persona in
questione, e perciò accogliendole senza provare risentimento.
Occorre celare la propria volontà, proprio come gli organi
sessuali, benché ambedue siano la radice del nostro essere.
I sentimenti nobili, i sentimenti sublimi, vengono introdotti,
anche nel dramma, mediante la conoscenza in contrasto con la volontà, in quanto
la conoscenza si innalza liberamente al di sopra di tutti quei moti della
volontà, che anzi diventano oggetto delle sue riflessioni, come si può vedere
specialmente in quasi tutte le opere di Shakespeare, ma soprattutto nell'Amleto.
Se poi la conoscenza s'innalza fino al punto dal quale intuisce la nullità di
ogni volere e di ogni aspirazione, e in seguito a ciò la volontà si annulla da
se stessa, allora davvero il dramma diventa propriamente tragico, e con ciò
veramente sublime, ottenendo in tal modo il suo supremo scopo.”
(Schopenhauer, Parerga)
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Anche in questi passi Schopenhauer si schiera per la soluzione "indiana" del distacco dal desiderio, per la consapevolezza che lasciandosi andare ad esso l'essere umano troverebbe inevitabilmente il dolore e la follia. Non pensa percorribile, quindi, la soluzione "greca", che propone invece il coraggio del desiderio unito alla capacità di visione e di misura che permettono all'essere umano di contenere il dolore e la paura della morte.
Sono orientamenti ideologici, culturali, di pensiero verbale: ciò che vale, di base, è la soluzione che ognuno di noi ha in sé, la "via" senza nome, data probabilmente dall'incontro tra l'assetto istintivo innato e la propria storia, le esperienze avute dalla nascita in poi, gli apprendimenti.
Per il valore che questi orientamenti ideologici hanno, penso che sia comunque utile conoscere la soluzione "indiana", tenendo conto che essa comprende indicazioni pratiche per il suo raggiungimento. E' proprio in queste pratiche che ritengo superiore la soluzione "indiana", che in esse passa dalla dimensione teorica, ideologica, sapiente, a quella del corpo e delle esperienze psicofisiche senza parole. Se queste pratiche permettono un minor coinvolgimento fino al distacco che permette alla conoscenza di prevalere sull'emotività, questa capacità potrà essere usata secondo il proprio orientamento ideologico personale.
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